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1.Anticapitalismo

Ormai da decenni il concetto di lotta di classe appare insufficiente per le pratiche politiche che si vogliono anticapitaliste. I discorsi più diffusi negli studi accademici e nella sinistra anticapitalista – che si tratti di partiti, sindacati o movimenti – attribuiscono questa insufficienza principalmente a due ragioni. La prima riguarda un cambiamento del sistema produttivo; la seconda l’emersione di nuovi soggetti politici.

IL CONCETTO DI LOTTA DI CLASSE APPARE INSUFFICIENTE PER LE PRATICHE POLITICHE CHE SI VOGLIONO ANTICAPITALISTE.

Iniziamo dalla prima. Si narra che da quando ha avuto inizio la fase post-fordista l’operaio abbia perso la sua centralità nel sistema produttivo. Esagerando possiamo dire che non ci sono più abbastanza operai sufficientemente concentrati in grandi complessi industriali da poter creare conflitto nei luoghi di lavoro, anche in virtù di una diminuzione del loro potere all’interno della produzione capitalistica.

Di certo questa è un’esagerazione. Fine della fabbrica fordista non significa fine del lavoro operario. Fine del lavoro operaio non significa fine del lavoro. Inoltre, quello di classe è sempre stato un concetto sfuggente e variamente interpretato, ma non si è mai trattato di una semplice constatazione sociologica, dire classe non ha mai solo voluto dire; operai, impiegati, ingegneri, architetti, insegnanti, imprenditori, precari, garantiti e via dicendo. La classe è piuttosto l’indicatore di un rapporto di potere: sfruttati e sfruttatori; padroni e servi; lavoratori e capitalisti.

Tale rapporto evidentemente non si è esaurito nemmeno con il passaggio al post-fordismo, ma sicuramente è mutato. In primo luogo la sola professione non è più in grado di distinguere la popolazione per reddito e stile di vita. In secondo luogo l’identità di classe ha ceduto il posto a un’identità definita soprattutto dai consumi. In breve, le disuguaglianze restano, ma persone di classi diverse hanno modelli di consumo simili: alla fine anche agli sceicchi piace l’iPhone. Se faccio l’impiegato per un’azienda di consulenza che conta 10 dipendenti a che classe appartengo? Sono proletario? Lo sono di più del giovane ingegnere civile costretto ad aprire partita iva o del piccolo imprenditore che mette in piedi una pizzeria? Lo sono di meno della badante dell’est Europa o del facchino indiano? Se ci aggiungiamo che magari alla sera ci guardiamo le stesse serie tv americane diventa ben difficile tracciare i confini di classe. Infine, ci ficchiamo in mezzo pure la globalizzazione e prendiamo in considerazione le condizioni di lavoro in stati da cui compriamo merci a basso costo; il caos è totale.

Forse l’identità di classe appariva più chiara a metà Ottocento, ma l’organizzazione della lotta di classe non è mai stata naturale e spontanea, nemmeno nei momenti di più acuto conflitto. Infatti il concetto di classe indica non solo un rapporto, ma anche un processo di appropriazione politica della propria parzialità. Il rapporto di sfruttamento crea le potenzialità del conflitto e il conflitto contrappone le classi. È questa stessa contrapposizione a chiedermi di assumere un’identità di classe, ossia di scegliere da che parte stare. Eppure, potrei pur sempre decidere di non ascoltare questa voce e di schierarmi contro i miei. Nonostante non sia scomparsa, oggi però la classe non pare sufficiente alle politiche anticapitaliste: sono cambiati i contesti di lavoro e i modi di vita. I concetti di cui ci serviamo e le pratiche che mettiamo in atto spesso faticano a centrare il punto: «“siamo nei tornanti della storia”, “stiamo vivendo tempi interessanti” ci sono tanti modi di dire per girare in positivo il fatto che nessuno ci sta capendo niente di questa fase, l’unica cosa che si capisce è che serve una sperimentazione».

IL CONCETTO DI CLASSE INDICA NON SOLO UN RAPPORTO, MA ANCHE UN PROCESSO DI APPROPRIAZIONE POLITICA DELLA PROPRIA PARZIALITA': IL RAPPORTO DI SFRUTTAMENTO CREA LE POTENZIALITA' DEL CONFLITTO E IL CONFLITTO CONTRAPPONE LE CLASSI.

In sintesi ragioni di ordine politico, ma anche materiali (l’organizzazione del sistema produttivo), consentono a una parte di proporsi come soggetto emancipatore per tutta l’umanità. Svelato il processo con cui si genera e perpetua lo sfruttamento è possibile individuare un soggetto che metta fine al dispositivo di sfruttamento chiamato capitalismo. A un certo punto, però, questa rivendicazione sembra perdere il suo potere universale. Infatti, la seconda ragione che ha concorso a ridurre il peso della classe rispetto ad altri fattori – ritenuti gli assi portanti su cui scorre l’ingiustizia – è l’emersione di altri tipi di rivendicazioni. L’immagine del cambiamento balza agli occhi fissando l’attenzione su un’ipotetica figura di operaio comunista a cavallo tra anni ’50 e ’60. L’operaio in questione poteva essere comunista, odiare i padroni e lottare contro lo sfruttamento capitalista. Nello stesso tempo poteva farsi gioco del ragioniere «frocetto» e infuriarsi con la figlia «puttana» rimasta incinta del giovane operaio «terrone»: il marxismo dei sindacati e dei partiti comunisti non è stato esente da sessismo e pregiudizi. Le battaglie di genere e razza hanno dovuto spingere, a volte sgomitare, per trovare uno spazio di legittimità tra chi diceva di voler liberare tutta l’umanità dal giogo della disuguaglianza. Aggiungiamoci: la fine dell’URSS; il dovere di fare i conti con le repressioni delle dittature comuniste; il venire meno di un orizzonte di socialismo reale; l’irrompere sulla scena della figura del migrante. È chiaro che l’anticapitalismo ha dovuto ripensarsi.

LE BATTAGLIE DI GENERE E RAZZA HANNO DOVUTO SPINGERE, A VOLTE SGOMITARE, PER TROVARE UNO SPAZIO DI LEGITTIMITA' TRA CHI DICEVA DI VOLER LIBERARE TUTTA L'UMANITA' DAL GIOGO DELLA DISUGUAGLIANZA.

Oggi quindi alla classe vanno affiancati genere, razza e orientamento sessuale; oltre ad altre categorie che denotano altri assi di oppressione; si pensi semplicemente al movimento LGBTQIAPK+ che ne interseca diverse. Nell’ultimo anno abbiamo avuto modo di confrontarci con molti attivisti di gruppi, associazioni, movimenti, partiti. Noi stessi siamo impegnati in più fronti. Nei nostri incontri ci siamo relazionati con chi si concentra su una questione, chi vorrebbe che una fosse gerarchicamente più importante di altre (la classe! Il genere!), chi prova ad affrontarle tutte e non accetta supremazie. Quel che ci sembra evidente è che sul fronte dell’anticapitalismo si naviga a vista: «non sai bene su che nodo battere»; «certe cose non le capiamo e bisognerà sforzarsi di capirle, intanto però si prova e si riprova»; «devi stare dentro quel che si muove e poi si vedrà».

Assumiamo lo spaesamento come punto di partenza e saltiamo a piè pari i dibattiti teorici (e spesso di principio) in cui si propongono varie ricette per il proprio universale (o particolare) anticapitalismo: marxista, femminista, anti-razzista ...

Verona.

Dal 29 al 31 marzo si svolge il Congresso Mondiale delle Famiglie, l’ultra destra cerca il consenso con la demagogia conservatrice. Il 30 marzo decine di migliaia di persone riempiono la città per una contro-manifestazione. Il corteo è guidato da NonUnaDiMeno, il movimento trans-femminista, oltre che il movimento politico più partecipato, composito e diffuso sul piano internazionale degli ultimi anni. Alla giornata partecipa tutta la sinistra anticapitalista italiana e non solo: gruppi politici, associazioni, centri sociali, partiti, sindacati. La disputa è complessa e stratificata. Da una parte abbiamo un classico contrasto partitico tra la destra italiana a guida leghista e il M5S in cui si mette di traverso anche il PD, all’orizzonte ci sono le elezioni europee e la battaglia mediatica e simbolica per far incetta di voti. Al centro abbiamo il “DDL Pillon” che introduce modifiche nell’ambito del diritto famigliare, in materia di separazione e affido. Dall’altra parte abbiamo il femminismo, che a sua volta si gioca più partite. Una riguarda l’opposizione secca al DDL; l’altra la possibilità di ribattere sui temi femministi che in tutto il mondo subiscono l’attacco dalle forze della reazione: basta pensare che alcuni stati degli U.S.A negli ultimi tempi hanno pesantemente ridotto il diritto all’aborto, in alcuni casi arrivando persino ad eliminarlo. A tutto ciò va aggiunta la possibilità stessa di sfruttare tali occasioni per vitalizzare il movimento anticapitalista, le sue rivendicazioni e le sue pratiche.

Se ci concentriamo su tale vicenda vediamo una manifestazione composita di moltissimi soggetti politici che vincono una battaglia: già la sera si intuisce che il “DDL Pillon” verrà ritirato. Ma se lasciamo che la polvere della zuffa si diradi e torniamo a vedere la complessità della giornata ci restano più domande che risposte.

SE CI CONCENTRIAMO SU TALE VICENDA VEDIAMO UNA MANIFESTAZIONE COMPOSITA DI MOLTISSIMI SOGGETTI POLITICI CHE VINCONO UNA BATTAGLIA: GIA' LA SERA SI INTUISCE CHE IL "DDL PILLON" VERRA' RITIRATO. MA SE LASCIAMO CHE LA POLVERE DELLA ZUFFA SI DIRADI E TORNIAMO A VEDERE LA COMPLESSITA' DELLA GIORNATA CI RESTANO PIU' DOMANDE CHE RISPOSTE.

Innanzitutto il movimento anticapitalista ha vinto la sua battaglia con un alleato improbabile, il M5S che ha potuto giocarsi la manifestazione contro la Lega. Ricordiamo che la Lega sosteneva il congresso, mentre Di Maio – in un suo vago spostamento a sinistra – lo bollava come «ritorno del Medio Evo». Poi – a qualche giorno di distanza – sarà chiaro che la questione non è stata risolta definitivamente, ma solo rimandata. Il decreto sarà ancora discusso, forse smembrato in pezzi e fatto passare un po’ alla volta.

La mappa che ci si presenta davanti è confusa, appare sfocata e macchiata, troppe linee si incrociano, non si capisce come arrivare a destinazione. Forse nemmeno la destinazione è chiara.

Diciamo, per cominciare, che la partita non è chiusa, ma già sapevamo che una giornata – per quanto bella e partecipata – non può essere risolutiva. Quando, però, abbiamo capito che una piazza è riuscita a respingere un decreto legge ci siamo riempiti di gioia, poi è subentrata la perplessità.  Né la Lega né il M5S sono considerabili validi interlocutori, eppure il decreto è stato ritirato perché questi partiti hanno subito la pressione della manifestazione e dell’opinione pubblica. Il problema è allora quello del dialogo o meno con i partiti. In piazza, ai partiti (per certi versi alleati) che sfilavano con il movimento, è stato vietato l’utilizzo delle bandiere, questo per evitare che qualcuno potesse far campagna elettorale attraverso la manifestazione. Il nodo però resta da sciogliere, l’anticapitalismo si relaziona ai partiti e cerca un interlocutore abbastanza valido? oppure nega il dialogo con le istituzioni, in quanto parte integrante e costituita del sistema? Forse il binarismo non è la migliore delle strutture di pensiero. Un interlocutore può esserlo anche solo per istanti e su obiettivi puntuali, si possono quindi cercare accordi. Così però non si rischia la via riformista e integrata al sistema stesso? Alcuni risponderebbero che il miglior esempio di società che abbiamo avuto è stato dato dalle social-democrazie del nord Europa, che erano – appunto – riformiste. Eppure queste sono state possibili anche per lo spettro del comunismo sovietico che ha indotto i governi a tutta una serie di compromessi. Insomma, in campo ci sono degli attori che le leggi le fanno e le applicano. Non possiamo raccontarci di essere riusciti a proporre una, neanche minima, alternativa; abbiamo resistito a un inasprimento – sancito per legge – del patriarcato. Nonostante ciò l’orizzonte a cui tendere resta la rivoluzione e il fine del movimento anticapitalista è chiaramente fuori dai confini dello sguardo; richiede la lunga durata.

In cosa consiste allora la lunga durata? Forse nel riuscire a essere così tanti da prendere il potere; alcuni direbbero che non val la pena far tanta fatica solo per cambiare un Potere costituito con un altro. Abbiamo, infatti, già imparato che i rivoluzionari quando prendono il potere diventano dittatori. Allora qualcuno dice che la rivoluzione è una processualità permanente, il cambiamento è la stessa azione che vuole produrlo. Forse la rivoluzione, intesa come stravolgimento che avviene in un istante bloccando il tempo e invertendo il corso della Storia, non esiste. Potrebbe essere che la contrapposizione stessa tra i concetti di riforma e rivoluzione sia solo un feticcio, ereditato dal passato e vecchio di cent’anni. Alcuni suggeriscono che il nuovo rivoluzionario ha il tempo del cambio lento delle generazioni, e cioè della diffusione delle idee, di prodotti artistici e culturali, della contaminazione tra stili di vita e modi di vedere il mondo.

A questa visione altri rispondono che il capitalismo ha una sua intelligenza, collocata in un sistema nervoso, a trasmissione rapida di impulsi, capace di costituire l’essenza stessa del Potere. Assistiamo alla capacità di tale intelligenza di relazionarsi a chi le intralcia la strada assumendo dalla propria parte gli avversari più pericolosi; per tutti gli altri si applica alternativamente la tolleranza e la repressione. Avremmo davanti un’animale il cui cuore, pompando, ci costringe a percorrere il suo stesso apparato circolatorio portandogli quotidianamente l’ossigeno di cui ha bisogno. Pensare di mutare la bestia lentamente vuol dire comportarsi da progressisti liberal-democratici? Forse servono allora strutture organizzative, reti, relazioni, obiettivi in grado di farci far coagulo. Serve l’infarto?

Dopo l’infarto, però, come gestiamo la complessità del vivere insieme? Le domande riprenderebbero qui in modo circolare, scivolando verso l’ozioso. Le biblioteche universitarie, le riviste e i siti della sinistra radicale traboccano di risposte, più o meno brillanti. I riscontri veri però si hanno nelle pratiche politiche quotidiane. La questione alla fine è una e netta: cosa significa essere anticapitalisti? Il che vuol dire riuscire a trovare il modo per mettere fine a quel mondo di ingiustizia, falsità e vuoto esistenziale che riassumiamo nell’idea di capitalismo. Interroghiamoci su noi stessi, sulla nostra idea di soggettività umana, sulle nostre pratiche, sui discorsi che facciamo, sui modi di organizzarci e di immaginare la liberazione. Riflettere bene sulla mappa serve a orientarsi, altrimenti si rischia di allontanarsi dalla meta e finire dritti tra le fauci della bestia.