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1.Le nuove

regole

d'ingaggio

Nel 1957 Italo Calvino finisce la stesura de La speculazione edilizia, un romanzo breve che pubblicherà solo successivamente in volume nel 1963. La storia è ambientata alle soglie del miracolo economico italiano, in una riviera Ligure in preda alla febbre da cemento, dove si affastellano in maniera caotica e confusa edifici pronti a offrire soggiorno alle classi medie dell’Italia settentrionale. Ai margini del racconto emergono gli artefici materiali di questa costruzione in progress, i manovali, colti nelle più svariate attività. È tuttavia su uno di questi che indugia maggiormente il narratore nel corso della storia: Angerin, un giovane proveniente dall’entroterra ligure e da sempre alle dipendenze di uno spietato impresario edile di nome Caisotti.

[Angerin] era un gigante, con il petto d’un toro, con la testa dai capelli rossi e rapati che teneva bassa come uno che non vuole né sentirci né vederci, sebbene avesse un bel biondo viso giovane, dallo sguardo smarrito e furioso, e ci dava dentro a picconare o a spalare che pareva un Bulldozer, […] rispondeva di rado, con brontolii cupi, quasi inarticolati. – Un bel lavoratore, – disse di lui Caisotti, che veniva ogni tanto a dare un’occhiata ai lavori […] – uno che fa il lavoro di tre uomini. Continua anche un’ora filato, senza staccare un minuto. Li avessi tutti come lui.

La figura di Angerin è interessante perché è in un certo senso idealtipica: maschio, bianco, sfruttato, scarsamente alfabetizzato (come dimostrano le poche righe di dialogo che lo vedono protagonista). La sua marginalità all’interno del romanzo (compare in solo due scene), costringe Calvino a semplificarne la rappresentazione, eliminarne le sfumature interiori ed esteriori, ricorrendo a quel profilo cristallizzato di lavoratore che l’immaginario operaio offriva a metà Novecento. «Un bel lavoratore» come dice Caisotti; sfruttato, aggiungeremmo noi oggi; «dallo sguardo smarrito e furioso» come invece ce lo descrive il narratore, a suggerire una rabbia inarticolata e nichilistica che trova sfogo soltanto nei «brontolii inarticolati» e nel lavoro («ci dava dentro a picconare o a spalare come un Bulldozer»).

LA FIGURA DI ANGERIN E' INTERESSANTE PERCHE' E' IN UN CERTO SENSO IDEALTIPICA: MASCHIO, BIANCO, SFRUTTATO

All’altezza del ’57, ritrarre una figura di questo tipo significava implicitamente evocare una comunità di destino (la classe operaia), i cui membri – che lo volessero oppure no – avevano minime possibilità di accesso a risorse, ai beni materiali o immateriali, e in ultima istanza a una galassia di opportunità attraverso le quali modificare la propria vita individualmente. A contraddistinguere questi membri non era soltanto la miseria della condizione, ma anche l’unica possibilità con cui essi potevano contrastarla: offrire le loro capacità fisiche e mentali in cambio di un salario. Comunità di destino significava, appunto, questo: che l’appartenenza di un individuo a essa non determinava solo una condizione economica di partenza, ma anche idee, modi di pensare e di pensarsi all’interno dell’universo sociale; tutti elementi che andavano a definire una sorte comune. Un destino condiviso che tuttavia non doveva essere concepito in maniera fatalista: esso poteva essere mutato e la gerarchia sociale ribaltata a partire da una presa di consapevolezza di un’identità di interessi collettiva e, successivamente, di un’unità politica e organizzativa dei membri della comunità stessa (una coscienza di classe che avrebbe condotto, successivamente, alla lotta).

Da questo punto di vista, il Novecento può essere considerato il secolo in cui la possibilità di una trasformazione radicale della società ha trovato le sue realizzazioni più alte e, allo stesso tempo, subìto i ridimensionamenti più profondi. Da una parte, il modello sovietico e le diverse organizzazioni dei lavoratori e partiti di matrice comunista o socialista, hanno rappresentato per molto tempo una speranza concreta di emancipazione collettiva su scala internazionale e nazionale; dall’altra il concetto di classe, e di emancipazione della classe stessa attraverso la lotta, ha subito una serie di delegittimazioni dal punto di vista teorico (e non solo).

La prima delegittimazione è dettata da ragioni più propriamente politiche e dalla generale svalutazione di tutto quell’armamentario concettuale cui facevano tradizionalmente riferimento i partiti di sinistra. Sebbene a essa abbiano contribuito concause differenti, due possono essere individuate nel cambiamento delle modalità di organizzazione della produzione nelle società occidentali e nel progressivo declino della “centralità operaia”: il passaggio dal fordismo di massa al postfordismo delocalizzato e just in time, dal predominio del settore secondario alla progressiva terziarizzazione dell’economia, dalla fabbrica come luogo simbolo alla frammentazione della stessa all’interno di una catena di produzione globale. Un cambiamento non ininfluente che sembra incrinare la validità di un concetto come quello di classe, quasi autoevidente fino a pochi decenni prima. Basti pensare al luogo fisico ma anche simbolico per eccellenza di una stagione passata: la grande industria pesante. Sotto il suo tetto venivano a raccogliersi folle di lavoratori che se da una parte erano tra loro concorrenti, dall’altra potevano in alcuni casi riconoscersi in interessi simili, nella difesa e nella rivendicazione dei propri diritti contro un padrone. La progressiva frammentazione di questo centro produttivo e simbolico, la composizione sempre più molecolare dei diversi luoghi della produzione (sia essa materiale o simbolica) finiscono per rendere sempre più complesso il riconoscimento di un’unità dei lavoratori.

La seconda delegittimazione deriva dal sospetto, progressivamente sempre più decisivo, che il concetto di classe risulti sostanzialmente miope nei confronti delle differenze di razza e di genere. Benché esista infatti una condizione diseguale comune (la necessità di offrire le proprie capacità manuali e intellettuali per sopravvivere), dopo gli anni Settanta si inizia a capire che esistono altri tipi di oppressione, di diseguaglianza e di miserie, solo indirettamente riconducibili alla condizione sociale. Entrano nel discorso pubblico, benché a fasi alterne, problemi che fino a pochi decenni prima venivano considerati di scarso interesse. Per nominare solo quelle legate alla sfera lavorativa, sul versante di genere, basti pensare alle minori opportunità di inserimento delle donne nel mercato del lavoro, allo squilibrio nella differenziazione dei compiti in ambito familiare (sono le donne cui tradizionalmente vengono demandate le attività domestiche e di cura), alla conseguente necessità ad accettare posizioni lavorative saltuarie, meno retribuite e con minori garanzie, soprattutto in quei paesi in cui manca un complesso di politiche pubbliche di tipo assistenziale; sul quello etnico, si pensi invece alle minori garanzie che molti lavoratori migranti non qualificati hanno sui luoghi di lavoro in termini di sicurezza, rispetto dei termini contrattuali o regolarizzazione del rapporto di lavoro.