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 Di Maio, la Diciotti e l'

immediatezza democratica

La richiesta di autorizzazione a procedere verso il Ministro dell’Interno per il caso Diciotti da qualche settimana tiene le prime pagine dei principali quotidiani nazionali. I social si riempiono di messaggi: le ragioni della politica, le ragioni dell’etica… Non è del fatto nella sua complessità che si vuole qui parlare, nonostante la vergogna che prende davanti al comportamento dello stato italiano verso le migrazioni, il silenzio sotto cui sono coperti i lager libici e, più in generale, l’indifferenza che mette a tacere più della censura; interessa piuttosto il particolare caso di coscienza in cui si trova coinvolto il Movimento 5 Stelle.

Riassumendo: da parte della magistratura è richiesta l’autorizzazione a procedere verso Salvini per sequestro di persona rispetto ai naufraghi della Diciotti; ha agito come Ministro dell’Interno, e in quanto tale potrebbe godere di una specifica immunità nel caso l’azione imputata tuteli l’interesse pubblico; su questo è chiamata a decidere la Giunta del Senato, nella quale hanno un peso fondamentale i senatori a cinque stelle. 

Agli eletti di un partito che è cresciuto nella lotta contro la casta e le sue immunità questo voto potrebbe creare qualche problema; le tensioni interne al Movimento devono essere di continuo composte, e questa volta la base rumoreggia. In questi casi non si può che far riferimento al volere del popolo. Di Maio, l’unico che ne abbia facoltà, indice una votazione sulla piattaforma Rousseau, si vota, la linea del governo è approvata con il 59%. Salvini non verrà processato, ottenendo un’ulteriore vittoria politica contro il proprio alleato-avversario, sempre più diviso al proprio interno. Di Maio, infatti, deve dichiarare:

«Chi vota contro il blog è fuori. […] Non penso avranno il coraggio, ma se qualcuno decidesse di votare per l’autorizzazione a procedere contro Salvini, sarebbe espulso all’istante. Ma ora ripartiamo. Siamo il Movimento che cambia il Paese, ricordiamocelo»[1]

Il ragionamento è semplice: il popolo si esprime, gli eletti – e fra loro lo stesso Di Maio – ne eseguono le volontà, cinghia di trasmissione diretta partendo da computer e smartphone fino ai piani alti della politica. L’assemblea è sovrana, la sua democrazia è diretta e immediata. Chi sgarra da questa legge ferrea paga, deve almeno andarsene. In altri termini, sembra avvicinarsi al vincolo di mandato, quello che la Costituzione vieta[2](art. 67) attraverso uno degli articoli che si occupano di difendere – in prospettiva liberale – l’ordinamento democratico.

È però necessaria un’osservazione più attenta. Gli eletti a 5 Stelle non rispondono al corpo elettorale, bensì agli aderenti alla piattaforma Rousseau; a circa 100.000 iscritti, dei quali solitamente (anche questa volta) vota la metà. Per le questioni importanti, come la scelta del capo politico per le scorse elezioni, o il voto sul programma di governo, le indicazioni della piattaforma non si sono mai distolte dalle indicazioni fornite, più o meno direttamente, dai vertici del Movimento. In pratica: l’assemblea controlla i parlamentari, e così controlla l’azione del governo; ma sono i vertici del Movimento 5 Stelle, con le loro indicazioni e la guida del dibattito, a orientare l’assemblea, e fra questi, naturalmente, il capo politico Luigi Di Maio. Non è un caso che, dal momento in cui abbiamo scritto il nostro articolo su politica e immediatezza[3], la visibilità sui social del Ministro del Lavoro sia raddoppiata, vicino ormai a doppiare quella del movimento, rimasta stabile.

Si dirà: e quindi cosa ci vedete, un complotto? È tutta colpa della Casaleggio e associati? C’è un’assemblea che segue un capo, del quale condivide le decisioni e che appoggia: quindi? A queste domande opponiamo la nostra tesi: quando in politica si dichiara l’immediatezza, quando si millanta la democrazia diretta ad esempio, si sta tagliando la realtà a pezzi troppo grossi, si stanno ignorando le regole di base della socialità e del conflitto. Tutto il dibattito sulla nave Diciotti, infatti, per i vertici Cinque Stelle non è stato altro che una mediazione con l’alleato di governo. Il problema è che tutto questo passa sopra la testa dei militanti Cinque Stelle: potendo dire, democraticamente, solo sì o no, non hanno voce in capitolo sulle condizioni di questa mediazione. Questa, tra l’altro, si dà nella forma più semplice, evidente, da prima e seconda repubblica, dello scambio: i pentastellati non fanno processare Salvini, che a sua volta cede sulla nomina di Tridico (in quota 5 Stelle) alla presidenza dell’INPS, contro Mauro Nori vicino alla Lega. Una posizione di importanza assoluta, dato che all’INPS fanno capo sia l’erogazione delle pensioni che il cosiddetto reddito di cittadinanza. 

La piattaforma Rousseau ha ancora dato ragione all’ipotesi di governo? No: ha ratificato ciò che le è stato posto davanti. Ha seguito (fortunatamente con qualche esitazione: 59% contro 41%) le indicazioni che, direttamente o indirettamente, le sono arrivate. E che vanno contro tutto il credo giustizialista a Cinque Stelle, una delle basi del movimento stesso. D’altra parte, ce lo dice lo stesso Di Maio: è il Movimento che cambia il paese, non può fermarsi su queste inezie. 

Più in generale: le cose possono essere diverse da così? Pensiamo che se in un movimento ampio, che si vuole popolare, il potere è nei fatti accentrato nelle mani di uno o di pochi, allora siamo al populismo – in questi termini, preludio di ben più gravi fraintendimenti; che un’assemblea che metodicamente, attraverso meccanismi di democrazia diretta, ratifica le decisioni dei propri leader sia particolarmente pericolosa proprio perché cieca rispetto alle mediazioni che pure avvalla; e che l’unico modo di impostare diversamente un potere risiede nella continua ridiscussione e verifica delle mediazioni, più difficile, conflittuale ma unica vera possibilità di controllo su di esse (e su noi stessi).

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