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Il settimo uomo

Vivono in capannoni fatiscenti o in sale da ballo dismesse con tramezzi di cartone, come il gruppo di turchi che di recente ha attirato l’attenzione a Wuppertal. Lavorano molto, pur essendo pagati al di sotto del tariffario previsto, come il giordano El Achmad a Berlino che si accontenta di due marchi e cinquanta all’ora. Lavorano come interinali, senza contratti a tempo indeterminato – “le anime morte nella fabbrica”, li chiama un esponente del sindacato.

È un estratto, questo, ripreso da un’inchiesta sulle condizioni dei lavoratori immigrati in Germania all’altezza degli anni Settanta, pubblicata sul settimanale Der Spiegel nell’estate del 1975. Non è superfluo ricordare la data per diverse ragioni.

Ci troviamo innanzitutto in un periodo della storia della Germania federale in cui il tema del lavoro migrante è molto caldo: soltanto due anni prima il governo socialdemocratico di Brandt aveva decretato la fine dei cosiddetti “accordi di assunzione per lavoratori stranieri” (Anwerbeabkommen). A partire dalla metà degli anni Cinquanta, la cancelleria federale aveva siglato con i governi di altri paesi questi patti bilaterali nel tentativo di regolarizzare la forza lavoro migrante, renderne maggiormente controllabile l’afflusso all’interno del mercato del lavoro tedesco e rispondere in maniera efficace alla domanda di manodopera del settore manifatturiero. Con l’avvento della crisi petrolifera del ’73 e del conseguente aumento incontrollato della cassa integrazione e della disoccupazione, la volontà di salvaguardare la manodopera tedesca a discapito di quella straniera conduce Brandt a fermare l’assunzione di quest’ultima. Una strategia apparentemente valida sul piano teorico, ma che all’atto pratico risulta fallimentare: l’immigrazione non si ferma, l’assunzione di lavoratori migranti continua per vie illegali e alle già pessime condizioni lavorative si aggiungono le difficoltà legate a un mancato riconoscimento giuridico in Germania, come testimonia l’inchiesta di Der Spiegel.

IL SANGUE CHE CIRCOLAVA NEL CUORE DEL SISTEMA PRODUTTIVO EUROPEO ERA PER CIRCA IL QUINDICI PER CENTO STRANIERO

Al di là del quadro normativo tedesco sulla forza lavoro migrante all’altezza degli anni Settanta, il 1975 è anche l’anno della pubblicazione di un libro che forse per la prima volta tematizza in maniera diretta la questione dei lavoratori stranieri nel capitalismo europeo degli anni Settanta. Il libro in questione si intitola Il settimo uomo, pubblicato per la prima volta in Germania dal documentarista e fotografo svizzero Jean Mohr e dallo scrittore britannico John Berger. Con lo stile asciutto e poetico di quest’ultimo, le foto scattate da Mohr durante la ricerca sul campo, inframmezzate dai dati statistici sull’emigrazione europea, il lettore viene accompagnato – senza retorica – a seguire la realtà quotidiana di questi lavoratori, scoprirne la storia e ripercorrere ragioni e strade che li hanno condotti nel cuore pulsante del sistema produttivo europeo. Un cuore il cui sangue era per circa il quindici per cento straniero: lavoratori che dalla Turchia, dall’Italia, dal Portogallo, dalla Spagna, dall’India, dal Pakistan, ecc. venivano impiegati in particolare nel settore manifatturiero (nella fabbrica della Ford a Colonia rappresentavano il 40% della manodopera; in Francia, nelle fabbriche francesi della Renault, erano altrettanti). Oggi come allora, sono uomini e donne invisibili che hanno la possibilità di uscire dall’anonimato soltanto passivamente, a seconda della volontà e delle intenzioni che animano il discorso pubblico del paese d’arrivo: considerati opportunità da sfruttare (per gli imprenditori, essendo manodopera a basso costo, la maggior parte delle volte senza tutele e disposta a lavorare a qualsiasi condizione), minaccia (per i lavoratori nativi che concorrono sullo stesso mercato) o problema (per i governi che tentano di regolarne l’afflusso). Il libro ideato dai due autori li riportava invece al centro del discorso pubblico, dandogli – per quanto possibile – una voce, una fisionomia: quella del settimo uomo che, come scrive Berger, «per poter vivere, può (solo) vendere la propria vita». Vengono registrate non solo le partenze, i viaggi estenuanti, le lunghe file per il controllo di visti e passaporti, la ricerca di lavoro e le condizioni assurde da sopportare dopo averlo trovato, ma anche tutti i preparativi e le visite che servivano a convalidare l’idoneità al lavoro duro.

Il numero di matricola segnato sul petto o sulle braccia, le stanze stipate di lavoratori nudi per farsi visitare da medici tedeschi nei centri di assunzione di Istanbul. È un’iconografia ben impressa nelle menti del pubblico tedesco degli anni Settanta: muta e perturbante richiama lo spettro delle visite di idoneità al lavoro che precedevano l’entrata nei campi concentrazionari durante la Seconda guerra mondiale. Un’analogia debole (nessun progetto razionale atto all’eliminazione di idonei e non idonei) ma che vuole suggerire quanto efficienza e brutalità certe volte vadano a braccetto, soprattutto se a prevederle è lo stesso modello di organizzazione del lavoro. Nel settore manifatturiero europeo dove finiva molta manodopera migrante, questo modello corrispondeva in buona sostanza a quello elaborato da Taylor nel 1911, importato progressivamente in Europa, in Francia da Renault e in Italia da Agnelli: al centro stava una nuova figura di lavoratore, quella dell’operaio-massa, che andava a soppiantare quella dell’operaio altamente specializzato; un lavoratore che – nell’elaborazione dell’ingegnere americano – doveva essere «un gorilla ammaestrato», senza partecipazione intellettuale attiva, puro uomo-macchina dedito a operazioni fisiche monotone e predeterminate. Il valore di un lavoratore coincideva prima di tutto con il suo tasso di resistenza alla fatica e con la sua scarsa predisposizione (data la sua condizione) a licenziarsi o ad abbandonare un lavoro dove lo sforzo fisico veniva ricompensato solo in minima parte dal salario. In quest’ottica, il “settimo uomo” risponde perfettamente a questo identikit, almeno fino agli anni Settanta e Ottanta, quando progressivamente l’industria pesante viene delocalizzata. 

Sembrano così sfumare le differenze che intercorrono tra i lavoratori migranti che arrivavano in Europa tra anni Cinquanta e anni Settanta e i loro colleghi nativi. La categoria di operaio-massa sembra includerli sotto un’unica etichetta, andando in controtendenza rispetto a quegli assunti che tendono maggiormente a distinguere, a porre l’accento sulle maggiori condizioni di svantaggio degli uni rispetto agli altri. Eppure, considerarli soltanto come parte integrante di un particolare tipo di forza-lavoro disponibile a livello sociale significherebbe uniformare e appiattire il problema a una semplice questione tecnica. Nel caso tedesco, un lavoratore turco impiegato nel settore automobilistico era allo stesso tempo un operaio-massa ma anche uno straniero, costretto a far valere i propri diritti in maniera diversa sia in ambito lavorativo sia, più in generale, nella vita quotidiana: la maggior parte delle volte non parlavano tedesco (la conoscenza della lingua, infatti, non era richiesta); alcuni vivevano in condizioni abitative pessime, altri invece venivano confinati in dormitori per lavoratori turchi, senza possibilità di integrazione con la cittadinanza; oltre a questo, dovevano confrontarsi con maggiori ostacoli per accedere al sistema assistenziale nazionale. In altri termini, le differenze esistono ed è necessario tenerne conto. Questo si traduce inevitabilmente in una o più divisioni etniche (immigrati contro autoctoni), in una scomposizione interna a quella comunità di destino che è la classe degli sfruttati? Proviamo a dare una risposta positiva e una negativa a questa domanda.

La risposta positiva suonerebbe, più o meno in questo modo: la storia del movimento operaio ha spesso mostrato delle difficoltà a includere le istanze dei lavoratori migranti all’interno delle proprie lotte, a fare fronte comune. Nei primi decenni del Novecento, la Federazione statunitense del lavoro (che rappresentava gli interessi degli operai americani altamente specializzati) considerava i lavoratori migranti come un pericolo per il movimento sindacale nel suo complesso e per le lotte che esso conduceva: da qui le proposte per limitarne l’ingresso nel mercato del lavoro, soprattutto per paura che esso potesse intaccare il livello salariale dei “lavoratori americani”; nella seconda metà del Novecento nella Germania federale, anche la confederazione dei sindacati tedeschi almeno fino agli anni Settanta non ha mostrato particolare interesse ad organizzare e includere la forza lavoro migrante all’interno di un terreno di lotta comune, avendo come orizzonte immediato gli operai specializzati tedeschi. Oggi, in Italia, le cose non sembrano andare poi tanto diversamente, soprattutto gettando un occhio al discorso pubblico e alle modalità con cui il tema della forza lavoro migrante viene affrontato. In questo caso, ci si trova di fronte al paradosso rossobruno, ossia l’impiego di categorie tradizionalmente elaborate a sinistra per avvalorare argomentazioni e politiche di destra. Emblematica da questo punto di vista è la volontà di far coincidere la forza lavoro migrante con il concetto marxista di «esercito industriale di riserva», strumento con cui l’«élite globalista sorosiana» creerebbe una concorrenza al ribasso tra i lavoratori. Al di là dell’aporia logica – i lavoratori immigrati non rappresentano un elemento concorrenziale in quanto migranti o stranieri, ma in quanto poveri e precari tanto quanto molta forza lavoro italiana –, riflessioni di questo tipo rendono ancora più utopico il riconoscimento di un fronte comune.

I LAVORATORI IMMIGRATI NON RAPPRESENTANO UN ELEMENTO CONCORRENZIALE IN QUANTO MIGRANTI O STRANIERI, MA IN QUANTO POVERI E PRECARI

Ma possiamo dare anche una risposta negativa alla domanda formulata poche righe più sopra e affermare che in certi casi le differenze possono essere trascese all’interno di una lotta comune. Nella Russia pre- e post- rivoluzionaria lo dimostra l’esperienza dell’Unione Generale dei Lavoratori Ebrei (Bund), animata sia dal conflitto di classe che dalla difesa dell’identità ebraica. In un certo senso, l’esperienza del Bund ebraico rappresenta una delicata ma riuscita sintesi tra due istanze diametralmente opposte e in apparente contraddizione: quella della linea assimilazionista di matrice bolscevica (che negava che gli ebrei fossero una nazione) e quella autonomista dell’Unione ebraica che invece considerava la lotta di classe degli operai ebrei come strettamente correlata con la salvaguardia di una loro autonomia culturale e nazionale. Ma senza andare troppo lontano nel tempo, possiamo ritornare alla Germania degli anni Settanta e allo sciopero che a Niehl, un distretto di Colonia, vide protagonisti alcuni operai della Ford, solidali con 300 loro colleghi turchi che erano appena stati licenziati per essere ritornati troppo tardi dalle ferie: su quattordici giorni di ferie concessi all’azienda, almeno dieci, all’epoca, dovevano essere riservati al lungo viaggio di ritorno in Turchia per ricongiungersi con i familiari. L’assenza di questi lavoratori aveva provocato la riduzione della produzione di circa il 25% e la paura che al loro licenziamento potesse seguire un insostenibile aumento dei tempi di lavoro e della velocità della catena di montaggio che avrebbe colpiti tutti i lavoratori allo stesso modo, diede il via allo sciopero e all’occupazione della fabbrica. Lavoratori italiani, turchi, tedeschi scioperarono assieme, auto-organizzandosi, chiedendo aumenti di stipendio, un allungamento del periodo di ferie, il rallentamento della velocità della catena di montaggio, un contratto di stipendio di minimo tredici mesi. Soltanto l’intervento della polizia mise fine allo sciopero.

Le «anime morte della fabbrica», come li definiva l’esponente del sindacato intervistato da Der Spiegel nell’estratto iniziale, possono prendere una fisionomia politica, diventare un soggetto di lotta che oltrepassi le differenze di razza e coinvolga anche i lavoratori nativi. Tuttavia il contesto entro cui questi esempi virtuosi si trasformavano in una prassi concreta di lotta si è oggi diversificato: l’operaio-massa come soggetto da cui partire per sviluppare il conflitto rivoluzionario non è più figura centrale; la fabbrica come luogo fisico di controllo della produzione ora si sviluppa in una catena globale del valore che è sempre più atomizzata e i luoghi in cui cogliere una prima comunanza di interessi sembrano essere evaporati; la protezione di leggi lavorative e accordi collettivi che salvaguardassero un minimo la posizione di qualsiasi lavoratore è stata sostituita con un precariato generalizzato, in cui chi offre forza lavoro è costretto ad appaltare le proprie capacità (fisiche e intellettuali) senza garanzie, comprando molte volte anche utensili e attrezzatura per lavorare (si pensi alle bici dei facchini take-away); tra essi anche il lavoratore migrante non qualificato non cambia il suo stato precario: sfruttato all’interno della filiera agricola, nella logistica assieme ai lavoratori nativi, nel commercio al dettaglio, nel settore alberghiero e catering, ecc. continua a far parte – forse più di prima – dei working poor, lavoratori che guadagnano troppo poco per uscire dalla povertà e allo stesso tempo non hanno diritto a contributi di assistenza. Accanto a lui, nella schiera di quelli che «per poter vivere, possono (solo) vendere la propria vita» oggi si sono aggiunti anche i nativi.