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4. Da verticale a orizzontale: l'immediatezza al lavoro

COMMENTI

La lotta alla verticalità è tra i principali combustibili delle contestazioni del decennio ’68 – ’77.  Proprio nel ’68 si può collocare l’inizio della fuoriuscita dell’Occidente dalla società industriale; si tratta infatti della fine del fordismo-taylorismo e dell’inizio del post-fordismo come sistema produttivo: sebbene anche in Occidente il fordismo conviva nel post-fordismo, è però quest’ultimo a essere diventato l’elemento strutturante della nostra civiltà.

L’Italia del secondo dopoguerra è una società verticale, strutturata, formale, gerarchica e articolata in forti organismi di mediazione. È una società che gravita attorno al rapporto capitale- lavoro, a forte regolazione statuale. La grande fabbrica fordista organizzata secondo i principi tayloristi è il nucleo della dinamica capitalistica intorno al quale si articolano le altre strutture sociali.

Una società verticale, con al centro il modello disciplinare di stampo industriale, provoca ovviamente insofferenza per la subordinazione, senso di omologazione e asfissia repressiva. Il suo modello di gestione dei comportamenti, le sue regole stabilite con autorità, la formalità delle gerarchie cadono sotto il peso delle richieste conflittuali di un nuovo modo di intendere la vita che ha al centro l’individuo. Si impone così, pur gradualmente, una nuova norma che attribuisce la responsabilità della vita al singolo, ma che ha anche per corollario un’ingiunzione: divieni te stesso.

SI IMPONE UNA NUOVA NORMA CHE ATTRIBUISCE LA RESPONSABILITA' DELLA VITA AL SINGOLO, MA CHE HA ANCHE PER COROLLARIO UN'INGIUNZIONE: DIVIENI TE STESSO

I modi di lavorare e la società che sorgono da questo cumulo di tensioni hanno parvenze di orizzontalità. Il territorio viene messo al centro come principio di organizzazione della produttività, si impone la reticolarità dell’impresa diffusa, nata anche dal disamore per il lavoro subordinato di stampo industriale: basta pensare alla centralità che ha l’autoimprenditorialità in Italia, al fatto che il lavoro autonomo di tipo tradizionale abbia avuto un ruolo particolarmente rilevante lungo tutto il corso del secondo Novecento. Inoltre, lo Stato tende sempre più a devolvere fette di potere alle istituzioni periferiche, con una progressiva privatizzazione di molte funzioni a controllo statuale: proviene anche da qui il capitalismo delle reti e l’espansione del terzo settore (il no-profit)[1] a cui è delegata una parte consistente di welfare.

 

Questa, ad ogni modo, è una storia nota; meno scontato è pensare che questa serie di cambiamenti appena abbozzati sia figlia soprattutto dei conflitti. Sono ampi strati della popolazione a chiedere l’autonomia della società dallo Stato; ma alla fine degli anni Settanta questo tema rivendicato dai movimenti anti-autoritari si salda con le pretese neoliberiste della libertà di impresa dalle regolazioni statali, compresi i vincoli di solidarietà. In realtà poteri statali e forze economiche sembrano darsi la mano in una santa lotta, e così lo sviluppo del capitale trova il modo di far confluire in se stesso gli interessi dell’autonomia sociale ed erode sempre più il ruolo dello Stato, rifiutato dalla società e relegato a enzima dei processi economici.

Quando si parla del ruolo dei conflitti all’interno della strutturazione delle società bisognerebbe fare alcune precisazioni: i movimenti anti-autoritari (anche operai) sono solo uno degli elementi all’interno del conflitto capitale-lavoro; il conflitto può anche essere latente e non esplicito; investire in tecnologia e impiegarla è più o meno conveniente a seconda del costo della forza lavoro; quando le fabbriche vengono delocalizzate fuori dall’Occidente è in corso un conflitto, certamente tra capitale e lavoro, ma ribaltato – per interesse del primo – in scontro interno alla stessa forza lavoro. Si capisce quindi che i movimenti del ’68-’77 sono considerabili un elemento strutturante dei cambiamenti intervenuti nei decenni successivi sia in termini storicamente reali, sia in quanto figura particolare di qualcosa di più generale: il conflitto tra capitale e lavoro.

In ogni caso è in questo contesto che Faussone esprime le sue richieste di libertà e di realizzazione di sé attraverso il lavoro; richieste potenzialmente esplosive se formulate politicamente, facilmente addomesticabili quando hanno la forma dei desideri esistenziali. Da questo conflitto e da questo ammaestramento prende vita la forma socio-economica in cui siamo ancora immersi. Il capitale – da organizzatore visibile, verticale, dei processi produttivi – sembra nascondersi nell’ombra; favorisce l’autorganizzazione, si sposta da monte a valle dando spazio alle spinte antisistema e di fatto ne diluisce la tensione.

Questa è anche la storia dei modi di lavorare degli ultimi decenni, sorte toccata in egual misura a lavoratori autonomi e subordinati. Perché lavoro autonomo e subordinato sono i due volti di quella stessa storia; una storia che si può capire solo guardandoli entrambi, e soprattutto la si può cambiare solo ricongiungendo ciò che è stato volutamente separato. Una volta le galline le allevavano in gabbia: era atroce, ma possiamo pensare che anche loro avessero coscienza dell’ingiustizia e che stessero per progettare una rivolta; ora sono allevate all’aperto, lasciate libere di stare al sole non vedono la rete che le imprigiona e nemmeno si accorgono che mentre si godono il prato qualcuno gli ruba le uova; di sicuro non sanno che così la frittata viene più buona.