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La libertà di stampa =

la libertà di mercato

 

Stampa =

Mercato

Capita, nell’Italia gialloverde, che affermazioni di importanza centrale per comprendere l’ideologia che sostiene l’azione di governo passino in secondo piano, risultando sostanzialmente ignorate. È il caso di un’affermazione di Salvini (sabato 15 dicembre), da contestualizzare nell’ambito del taglio ai fondi all’editoria.

Io adoro la libertà di stampa, se ci sono alcuni giornaloni che prendono 6 milioni di contributi pubblici all’anno, penso ad “Avvenire” – dice il leader della Lega – che leggo con estremo affetto e attenzione, penso che la libertà di stampa debba corrispondere alla libertà del mercato e alla fiducia dei lettori. Perché quei milioni di euro potrebbero andare ad aiutare un disabile in difficoltà [1]

Avvenire, citato nella dichiarazione, è solamente uno dei numerosi quotidiani cui verrebbero decurtati i contributi pubblici, in misura progressiva a partire dal prossimo anno. Al di là dell’affondo populista dell’ultima frase, il ministro a parole propone di entrare nel discorso sui contributi all’editoria, in direzione di una disintermediazione: della semplificazione o del restringimento, cioè, di tutte quelle mediazioni che separano il fruitore dalla notizia stessa. Siamo nel pieno della retorica pentastellata: sembra che, almeno su questo punto, al governo ci sia convergenza.

(Se usciamo dal piano retorico, dalle parole, e andiamo a vedere che cosa è contenuto effettivamente nell’emendamento Patuanelli, le cose cambiano e non di poco: non si tratta solo di tagliare i contributi, c’è il serio rischio che si vada in direzione di una gestione accentrata e discrezionale [2]).

Nonostante questa apparente prossimità, le posizioni dei due partiti o movimenti al governo sono diverse. Da una parte, grillina, è forte l’idea della verifica collettiva dell’informazione, sul modello Wikipedia: l’uscita di scena dei meccanismi di mediazione, cioè la disintermediazione, andrebbe verso a una verifica partecipata dell’informazione stessa, ridotta sempre più alla notizia, a quell’oggettività tanto di moda dieci anni fa. Una sorta di evoluzione postmoderna di quel meccanismo che, ricordate?, alle scuole veniva consigliato dai professori: leggere tanti diversi giornali e costruirci la nostra opinione, distillando, facendo la tara (ideologica) all’informazione. Dall’altra parte, invece, l’idea di Salvini è che un organismo di mediazione c’è: è il mercato, che seleziona ciò che è valido ed estromette tutto il resto. Tutti gli altri ordini di considerazioni a livello di validità, di pluralismo, di approfondimento al suo cospetto devono cedere e scomparire o adattarsi.

Notiamo con sgomento che le parole di Salvini sbandierano quell’ideologia che noi dichiaravamo, al termine dell’editoriale del secondo numero, sottesa a questa società.

Davanti a noi si stende così un paesaggio di possibilità: formazione, partecipazione, lavoro, dispositivi e interfacce. Partecipare alla società contemporanea è questione di immediatezza: è sufficiente prendere quel che viene proposto, accogliere le regole non scritte, valutare come il mondo non possa essere altrimenti che così. Accettare, cioè, il quadro della fine delle mediazioni. O meglio: della fine delle mediazioni sulle quali è possibile avere un’influenza. Delle mediazioni che comportano un agire sulla realtà. Significa ignorare che nel quadro che immediatamente ci troviamo davanti esiste un solo organo di mediazione: il mercato. Fino a che esso rimane invisibile ed essenziale come l’aria che respiriamo, la forma complessiva delle nostre vite ne sarà condizionata nella sua globalità [3].

Spesso è nei frammenti, nelle dichiarazioni poco sorvegliate che emergono più chiare alcune verità. L’affermazione di Salvini non ha solo come primo obiettivo il mondo editoriale: sullo sfondo, c’è lo scontro per l’egemonia mediatica e ideologica con il Movimento 5 stelle. Questo conflitto non muove solo nei temi ben marchiati dalla Lega (primo fra tutti, l’immigrazione), ma viene portato su un campo gestito, nell’ultimo decennio, dal gruppo politico fondato da Grillo e Casaleggio, a partire dalle affermazioni del comico durante le sue tournée. Pur in questo contesto di scontro interno, che porta a esacerbare le affermazioni, delle due l’una: o ci siamo sbagliati, oppure negli ultimi sei mesi l’asticella del dicibile e dell’accettabile si è spostata, e non di poco. Infatti, il nostro tentativo di andare a smontare i discorsi per individuare le idee in questo caso non serve: ci sono solo le seconde. L’affermazione del ministro dell’interno non lascia spazio a dubbi, è chiara e prevede un’antropologia, un’idea di uomo, che qui trova espressione in un frammento poco sorvegliato. Il concetto di libertà sta in piedi solo se legato a doppio filo a quello di mercato; niente mercato, niente libertà; fuori dal mercato, l’idea non ha proprio senso. L’informazione libera è così il residuo di un’epoca passata, secoli di riflessione non solo a sinistra vengono accantonati, notizie ed idee devono essere prodotte con l’orecchio al consumatore e l’occhio alla banderuola dell’ideologia – al solo fine, cioè, di essere vendute.

Restando su questo punto, l’affermazione forse poco sorvegliata di Salvini ha una prerogativa: dice la verità sull’ideologia che domina il nostro governo. Come regola generale, chiamare le cose con il loro nome rende: è un vantaggio anche sui Cinque Stelle, che non sono in grado di risolvere le contraddizioni fra la propria struttura ideologica liberista e le tensioni libertarie dalle quali provengono (da una parte immediatezza, condivisione, piattaforma Rousseau ecc.; dall’altra il sistema sociale e la struttura economica che non vengono sfiorati e continuano ad agire). Può servire anche a noi, per definire meglio la parentela fra chi, oggi, si richiama alla Sovranità, e chi all’Unione: litiganti-fratelli all’ombra del mercato e del neoliberismo, dalla quale nessuno ha intenzione di uscire.