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Storia di un 65 mila:
ovvero dell'abbassamento del costo del lavoro

  

Nel primo[1], ma soprattutto nel secondo[2]numero di Figure ci siamo concentrati, fra le altre cose, sui lavoratori autonomi di seconda generazione. Non appartenenti agli ordini (avvocati, notai, commercialisti ecc.) né negozianti, non contadini né dipendenti mascherati da lavoratori autonomi, si tratta di “partite IVA” delle quali non è semplice capire il rapporto col mondo del lavoro tradizionale. Sono soprattutto freelance che lavorano per le aziende o per l’amministrazione pubblica, non per privati cittadini. Su di essi è spesso scaricato il rischio d’impresa, esternalizzato dalle aziende, senza un vero corrispettivo in denaro; i diritti per questi lavoratori, che faticano a trovare collocazione sindacale e sponde politiche, sono pochi e giungono col contagocce. Proprio per questo, oltre che per la relativa espansione degli ultimi anni, teniamo gli occhi puntati[3]sulle evoluzioni di questa forma di rapporto lavorativo: ci sembra di intravvedere degli elementi di anticipazione che presto potremmo ritrovare diffusi nelle diverse tipologie contrattuali.

Nell’ultimo anno abbiamo assistito a un’infinità di dichiarazioni su possibili riforme fiscali, tutte in grado di rilanciare consumi e crescita economica. Si è parlato di una tassa piatta al 15% per tutti; di una riduzione a tre aliquote dell’Irpef; di una dual tax al 15% e al 20% per imprese, partite IVA e pure famiglie. Tra discussioni innumerevoli, rinvii al prossimo anno e alcune lievi smussate, alla fine la legge di Bilancio 2019 ha semplicemente allargato il regime forfettario precedente, conosciuto ancora oggi come regime dei minimi, riservato solo alle partite IVA. Per ora pensionati e lavoratori dipendenti sono messi in lista d’attesa. 

Dopotutto, si fa quel che si può. Per il 2019, intanto, avremo un regime forfettario per ditte e liberi professionisti con reddito lordo inferiore a 65.000 € annui; l’anno successivo dovrebbe entrare in vigore la seconda aliquota, fissata al 20%, per chi supera i 65.000 € annui. Possiamo lamentarci? Sembrerebbe di no, perché non possiamo considerare ricco chi con una partita IVA arriva a guadagnare 65 mila € lordi; e poi, la maggior parte di questi freelance si attestano attorno ai 30.000 euro – a conti fatti tra i 1.200 e i 1.300 euro al mese. Un aiuto non può far male.

Al di fuori delle retoriche governative, dell’esaltazione leghista dei liberi professionisti e, più in generale, della libera iniziativa, sembra passare sotto silenzio quello che sarà l’effetto per i lavoratori autonomi, soprattutto per quelli più deboli. Tutta questa operazione, infatti, non si risolverà a medio termine in un vantaggio per i lavoratori con partita IVA, ma in un regalo fatto ai committenti (quindi, se guardiamo ai lavoratori autonomi di seconda generazione, alle aziende che rappresentano la maggioranza della committenza) sulla pelle di tutti i cittadini. 

Per prima cosa, è evidente che la flat tax comporterà una diminuzione delle entrate nelle casse dello Stato al quale, di conseguenza, dovrà seguire un inevitabile taglio della spesa pubblica o un ulteriore aumento del debito pubblico. La flat tax sarà pagata dalla fiscalità generale, dal resto dei contribuenti. Tuttavia, non è questo il punto più pericoloso.

Questo governo del cambiamento che ha promesso di combattere i poteri forti e di stare dalla parte degli italiani più deboli, sta infatti facendo un vero e proprio regalo alle imprese. Se ne saranno accorti? Vogliamo concedere il beneficio del dubbio, scommettere sulla loro inconsapevolezza?

Spieghiamo l’arcano. Prendiamo il più ricco e potente tra i detentori di partita IVA toccati dai benefici della flat tax. Prendiamo un 65mila e mettiamolo davanti al suo committente (azienda). Focalizziamo il momento della trattativa.

«Bel progetto» dirà il committente, «ma sai, è un momento difficile, la crisi…».

Il nostro 65mila già sa dove si andrà a parare, è abituato a vivere su margini di guadagno sempre più risicati; inoltre è consapevole che il committente saprà (lo vedrà dalla fattura!) che ora lui è nel regime forfettario e che ha avuto un abbassamento delle imposte. Arrivano le parole magiche:

«Vienimi incontro»

«Fammi un buon prezzo»

«Non sei l’unico, eh…»

Ecco fatto, il nostro 65mila se la passa bene, ma non è così affermato da poter dettare le regole del mercato o da poter decidere autonomamente il suo prezzo. Il rapporto di potere pende dalla parte del committente. 

La maggior parte dei freelance è ben lontana da guadagnare 65.000 euro e il loro problema principale è proprio lo stipendio basso. La flat tax, sebbene indirizzata alle partite IVA, andrà letteralmente nelle tasche della committenza – quindi in buona parte delle aziende, contribuendo ad abbassare ulteriormente il prezzo del lavoro. La partita IVA, grazie alla contrattazione impari, si ritroverà ben presto al punto di partenza: pagherà meno imposte, ma allo stesso tempo vedrà il suo compenso abbassato. Ovviamente nessuno garantisce sulla durata della flat tax; se tra due anni questa operazione risulterà troppo costosa per lo Stato, l’imposta potrebbe essere nuovamente alzata. Il nostro 65mila, che a questo punto potrebbe essere un 58mila, non avrà certo la forza di imporre una maggiorazione dei suoi compensi, almeno non avanzando la motivazione di un aumento del prelievo fiscale. 

I calcoli dicono che tale manovra tocca circa 2 milioni di partite IVA. Sarebbe bene rispondere che tale operazione toccherà, e lo farà in modi dolorosi, tutti i lavoratori. Abbiamo imparato che il discorso del razzista e la criminalizzazione dello straniero producono sul suolo nazionale una forza lavoro mal pagata e senza tutele, non solo sfruttata ma utilizzata per abbassare nel complesso il costo del lavoro: una strategia che mette i lavoratori l’uno contro l’altro impedendogli di vedere chi si arricchisce sulle loro vite. Allo stesso modo possiamo prevedere gli effetti della flat tax: l’abbassamento del costo del lavoro autonomo (le partite IVA) avrà ricadute anche sul costo del lavoro dipendente, all’interno di una concorrenza indotta e sempre più spietata tra gli stessi lavoratori, e tutto ciò in un quadro in cui il welfare non potrà che andare progressivamente diminuendo. Bella prospettiva, alla faccia del governo che mette al primo posto il lavoro.

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