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5. Una nostra storia?

In pochi capivano, quaranta anni fa, che nel giro di un decennio la centralità della fabbrica nella società sarebbe scomparsa; in ancor meno credevano che l’universo simbolico dell’Italia operaia si sarebbe sgretolato nel giro di una manciata d’anni. Eppure, gli schemi con i quali oggi consideriamo economia e mondo del lavoro sono frutto dei mutamenti intervenuti, in Italia, a partire dalla metà degli anni Settanta: aumento esponenziale degli addetti del terziario a discapito dell’industria, esplosione del mercato della merce immateriale, post-fordismo e delocalizzazioni della produzione. Alla trasformazione economica segue il ridisegnarsi del rapporto fra l’individuo e la sfera sociale e politica; sul piano culturale, miti e modelli di interpretazione si avvicendano, in una successione sempre più rapida. L’impressione è che, davvero, tutto sia cambiato.

La costruzione di forme di democrazia diretta attraverso lo sviluppo di infrastrutture informatiche, piattaforme, sistemi per evitare la delega; la comunicazione secondo il modello orizzontale molti-a-molti; la proposta di leader come uomini qualunque; l’esaltazione della figura del tecnico; l’esasperata sollecitazione del lato emozionale dell’elettore; la sua identificazione con il leader; la trasformazione dei partiti storici: davanti a questi tratti, l’idea della politica come mediazione fra ragioni particolari e generali, fra singolo e stato, fra destini diversi sembra aver fatto il suo tempo. Ad essa si sostituisce una proposta di immediatezza, di coinvolgimento diretto e immersivo del cittadino: si potranno cogliere, insomma, non tanto le capacità e l’impegno del cittadino, quanto piuttosto la sua emotività.

La storia si ripete una prima volta come tragedia, una seconda come farsa. La frase di Marx anche in questo caso contiene una verità non aggirabile. Molte delle caratteristiche rispetto al coinvolgimento delle masse, al leaderismo, a una propaganda che punta all’immedesimazione non possono che evocare la grande crisi storica degli anni Trenta, i totalitarismi europei dalle conseguenze funeste. Anche se i punti in comune, quando analizzati uno per uno, potrebbero sembrare molti, fatichiamo a concepire una sovrapposizione che, per una serie di ragioni, sembra inadeguata.

I totalitarismi del primo Novecento sono stati spiegati secondo un modello psicanalitico fondato sulla cosiddetta morte del padre. Le generazioni uscite dalla prima guerra mondiale, simbolicamente orfane dei padri incapaci di fornire guida e schemi di interpretazione adeguati al periodo, si sarebbero rivolte a un duce, a un Führer in grado di surrogare la funzione paterna. In tutto, tranne che nella fase del distacco: guidando i sudditi lungo eterne adolescenze. In parte, è un tratto caratteristico del nostro presente; però i leader di oggi non rappresentano dei padri, al massimo dei fratelli. Vorrebbero essere una proiezione di noi stessi per favorire un’identificazione, attrarre i nostri voti. Non si dicono migliori di noi, sono come noi; non si propongono come uomini del destino o salvatori della patria, vogliono solo far andare le cose come dovrebbero andare. La proposta di identificazione è prima di tutto con l’uomo, non con la totalità di un’idea o di una comunità: in questo si ha una sostanziale differenza.

La politica dell’immediatezza, allora, rifiuta di esprimere un’idea generale del mondo, perché implicitamente aderisce al mondo così com’è, negandone o aggirandone la complessità, le linee da cui la società viene attraversata e segmentata. Solo che, a un decennio dall’inizio della crisi economica, iniziano ad essere troppi i versanti che, rispetto a questo modello, devono rimanere non espressi, nel cono d’ombra del non detto. Come spiegare, altrimenti, che in un decennio la forbice fra ricchi e poveri si è ampliata a dismisura? Che oggi l’opportunità di accettare un posto di lavoro non è più da valutare solo in relazione a interesse, paga, possibilità, ma anche e soprattutto alla sua stabilità, ormai chimerica? Per non parlare di quel che avviene fuori dai confini dell’Occidente, nei teatri delle tante guerre che abbiamo scatenato e abbandonato dal 2001 in poi. Davvero troppo per esser preso in considerazione: si dovrebbe tornare a discutere di tutto, dal rapporto fra religione e spazio pubblico alla legittimità della proprietà privata sui mezzi di produzione, dalle ragioni della violenza al giudizio sull’arricchimento sfrenato. In molti – troppi – casi è meglio lasciar stare, perché la logica rischia di portare alla luce le radici di ineguaglianza su cui poggia il nostro sistema, fiero dei propri livelli di sviluppo come di una superiorità morale. Meglio accettare le regole del gioco, immaginare la politica nei suoi confini, aderire immediatamente al modello prestabilito.

 

 

Tutti i maggiori partiti contemporanei propongono così un’immagine di sé spessa, versatile, che possa adeguarsi a sguardi e prospettive anche piuttosto differenti fra loro, facendo comunque scattare una forma di identificazione; il caso più rilevante è quello del M5S, e dell’estrema eterogeneità del suo elettorato. Il leader deve poter incarnare una precisa sicurezza: si voti l’uomo giusto perché, al contrario dei politici tradizionali, corrotti, residuati del Novecento, arrivi nella stanza dei bottoni e faccia le cose giuste, le stesse che farebbe qualsiasi buon cittadino se fosse lì. Quelle dettate dal buon senso, delle quali si capisce immediatamente la correttezza.

Una delle chiavi dell’immediatezza va ricercata proprio nel concetto, di buon senso o senso comune.

Appellarsi al buon senso significa vedere il mondo come immediatamente comprensibile attraverso le proprie categorie, escludendo la validità di tutte le altre, concorrenti. Se penso che la colpa di tutti i mali siano gli immigrati, tenderò a ricondurre tutto a questa spiegazione e darò, in senso spregiativo, del ‘comunista’ (o altro) a chi mi parlerà di giustizia sociale, senza ascoltarne le ragioni, dividendo il mondo in giusto e sbagliato. Se riconduco il disastro economico e sociale nel quale ogni giorno ci muoviamo alle malefatte dei politici corrotti, non presterò orecchio a chi mi propone un’interpretazione economica. La regola del buon senso prevede appunto che si possa vedere il mondo così com’è, che l’apparenza sia la realtà; e che la realtà sia una sola. Significa escludere la possibilità stessa di altre prospettive, chiudendo così, assieme alla comunicazione, anche ogni forma di interazione.

È possibile invece concepire il reale come frutto di conflitti e di mediazioni, non immediatamente (cioè a prima vista) individuabili e comprensibili; partendo da qui, elaborare – a partire dai dati empirici, da quel che succede, dal rapporto col mondo – e applicare delle categorie; sviluppare dunque proposte, strutture ed organizzazioni, presentare delle alternative pragmatiche e al tempo stesso politiche. Se gli antichi osservavano il sole e immediatamente comprendevano il suo ruotare attorno alla terra, la conoscenza scientifica non ci toglie l’impressione che l’astro sorga ad est e tramonti ad ovest, ma ci dà la consapevolezza del significato di questo movimento. Se si parte dall’idea dell’immediatezza come apparente, se si sottopongono a verifica la realtà e le categorie che impieghiamo per comprenderla, allora è possibile infrangerne lo specchio e osservarne i frammenti: per arrivare a una conoscenza diversa, più vicina all’effettiva forma delle cose.

 

Gli effetti che la scomparsa di questa dimensione, di esperienza e di pensiero, sta provocando sono significativi, sia sulla porzione di controllo sul sé sottratto alla vita di ciascuno, che sull’organizzazione della società. La politica dell’immediatezza è profondamente contraddittoria: propone l’azione, il fare (si pensi ai tre anni del governo del Fare!), ma nella pratica i lacci del quadro economico e politico internazionale restringono sempre più le possibilità d’azione del classico panorama istituzionale. Riconoscere la catena di processi, mediazioni, conflitti che lega le decisioni e le conseguenze, assieme alla necessità di inserirvici politicamente, significa iniziare a recuperarne il controllo. La società è un organismo che si dispiega e articola in istituzioni, conflitti, aziende, scontri, cultura, gruppi di interesse, istruzione, lotta, lavoro, flussi finanziari; la politica si è ritratta da tutto questo, lasciando ad altre tipologie di interessi il controllo sulla vita del singolo e sull’ambiente in cui si trova ad operare. La dimensione immediata della politica contemporanea non è altro che una maschera: nasconde la delega sulle mediazioni che è stata data ad altri attori, tutti – a vario titolo – appartenenti al libero mercato.

Le conseguenze di questo ritrarsi della politica sono sotto gli occhi di tutti: sui posti di lavoro esprimere le proprie posizioni politiche non è tanto sconsigliato quanto disdicevole, ritrosia e vergogna (forme leggere di repressione psichica) spesso ci impediscono di prender parola. Trovarsi davanti qualcuno che apertamente dichiara un pensiero diverso, una differente scala valoriale, mette in crisi il sistema binario del senso comune, giusto-sbagliato, e viene quindi generalmente evitato. Oppure, all’opposto, domina l’asserzione assoluta, il senso comune prende corpo con candida sicurezza nonostante il tasso a volte incredibile di violenza. «Se lo meritava, quel drogato di merda!», dice il gelataio in un caldo pomeriggio di maggio. Il soggetto è Cucchi, nominato alla trasmissione radio. Non gli passa per la testa di poter perdere un cliente. «Impiccarli tutti!», sussurra la giovane signora al tavolino del caffè, rivolta alla foto di gruppo sul quotidiano. «È tutta colpa dei negri!» dice il signore benvestito strizzando l’occhio al passante sconosciuto, annuendo verso l’ambulante all’angolo. Traini a Macerata impugna la pistola e spara. Pirrone a Firenze impugna la pistola e spara. A Gioia Tauro Soumaila Sacko, sindacalista dell’USB, raggiunto alla testa da una fucilata, muore sul colpo.

Le ultime elezioni sono un altro sintomo di questa insoddisfazione. Il trionfo dei partiti cosiddetti populisti e critici verso l’Europa mostra come la crepa che si è aperta fra la percezione della realtà e la sua immagine fornita dalla politica non sia più nascondibile; eppure, sono proprio i partiti che più direttamente indicano degli obiettivi (ad esempio Bruxelles) a proporre una soluzione ancora una volta connotata da una spiccata immediatezza – «via da Bruxelles». Come se fosse possibile, immediatamente, dalla sera alla mattina. Come se non ci fosse stata la lezione della Grecia.

Una parte consistente dell’esistenza di ciascuno, sia per quel che riguarda la sfera lavorativa che la determinazione dei desideri, dell’impiego del nostro tempo, della qualità delle nostre relazioni, ci è sottratta ed è data in gestione alle forze che proprio l’illusione dell’immediatezza riesce a coprire. Al di là delle considerazioni su uomo forte o democrazia diretta, vecchi miti di destra o sinistra, la capacità decisionale di ciascuno di noi risulta drasticamente ridotta – circoscritta sostanzialmente al gesto del voto, da adempiere una volta ogni cinque anni. È la lezione che nel 2015 ci ha impartito la Grecia a mostrarci quali siano i rischi che si affrontano quando si osa scoperchiare il vaso di Pandora, rivendicando l’estensione del campo di azione politica ad ambiti che esorbitino dalla cosiddetta buona amministrazione. Il governo di Syriza, coalizione della sinistra radicale greca, dal giorno dell’insediamento è messo sotto attacco dalla Troika, che non intende negoziare né sul debito né sulle rivendicazioni sociali. Nel giro di quattro mesi, il paese è piegato, le banche non erogano moneta, gli stipendi pubblici rischiano di non essere versati: il capo del governo Tsipras e il ministro dell’economia Varoufakis indicono un referendum, chiedendo al popolo greco se cedere alle richieste della controparte o rigettarle. Nonostante il risultato, il referendum del 5 luglio 2015 è carta straccia, di fronte alla potenza di fuoco della finanza europea a braccetto col grande capitalismo. Arrivati a questo punto, non ci sono né democrazia né volontà popolare che tengano, il medio buon senso europeo cozza con la forza dei fatti. Una proposta politica che mette in discussione il quadro all’interno del quale è nata e cresciuta, entro cui ha preso il potere, deve essere piegata o estirpata. Non si può rischiare il contagio. La scelta democratica è irrilevante, quando si mette di traverso ai reali rapporti di forza. Come Santiago nel 1973, così Atene nel 2015: se si invadono gli ambiti dai quali si deve stare distanti, se ci si avvicina al muro del rischio la risposta, pur fornita con mezzi diversi, è sempre la stessa: con buona pace della democrazia, dei fondamenti di convivenza e della volontà popolare.

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SE SI PARTE DALL'IDEA DELL'IMEDIATEZZA COME APPARENTE, SE SI SOTTOPONGONO A VERIFICA LA REALTA' E LE CATEGORIE CHE IMPIEGHIAMO PER COMPRENDERLA, ALLORA E' POSSIBILE INFRANGERNE LO SPECCHIO E OSSERVARNE I FRAMMENTI: PER ARRIVARE A UNA CONOSCENZA DIVERSA, PIU' VICINA ALL'EFFETTIVA FORMA DELLE COSE